1000 Miglia passa da Ravenna

TRADIZIONE SPORTIVA

Un antico motto sosteneva che nelle vene dei bresciani scorra benzina al posto del sangue.
L'innata passione per le corse prese vita in città già sul finire del diciannovesimo secolo:
dal 1895 al 1898 in Italia furono disputate solo tre competizioni motoristiche, ma nel 1899 le gare furono ben venti.

La prima apparizione di un veicolo da corsa sul territorio bresciano avvenne il 14 marzo 1899, nel corso della Verona-Brescia-Mantova-Verona: a vincere, a bordo di un triciclo Prinetti e Stucchi, fu tal Ettore Bugatti…

I bresciani, pur se coinvolti nell'organizzazione veronese, vollero una gara tutta loro. Decisero quindi di organizzarne immediatamente due, che si svolsero la prima il 10 settembre e la seconda il giorno seguente.

La domenica fu disputata sulla circonvallazione cittadina di 6 km - oltre ad una gara motociclistica - la Corsa Automobilistica di Velocità - Brescia; il lunedì prese il via la Brescia-Mantova-Verona-Brescia, con percorso di 223 km.

La vocazione motoristica è testimoniata anche dalle sei aziende costruttrici di automobili che sorsero a Brescia nei primi anni del Ventesimo secolo.

Nel 1904 fu approntato il Circuito di Brescia, sulle strade che collegano il percorso Brescia-Cremona-Mantova-Brescia, per un totale di 185 Km da ripetere due volte.

La prima gara fu disputata il 5 settembre 1904 in occasione della Settimana di Brescia.

L'anno successivo la "settimana" fu replicata ed il 9 settembre 1905 sul Circuito di Brescia fu disputata la prima Coppa Florio.

Fin dopo la Prima Guerra Mondiale non furono indette a Brescia altre competizioni, ma la ripresa avvenne alla grande. Grazie al bresciano d'adozioneArturo Mercanti la città ottenne di organizzare il Gran Premio d'Italia, che fu inserito in un'ampia serie di manifestazioni indette sotto il nome diCircuito Internazionale

Automobilistico-Aereo, nel 1921. Oltre al "Chilometro Lanciato", e ad altre gare per le categorie minori, la maggiore attenzione era ovviamente centrata sul nuovo Circuito di Brescia, detto anche Circuito della Fascia d'Oro, nome della località dove venne dato il via, il 4 settembre, al 1° Gran Premio d'Italia.

Nel 1922, con grande disappunto dei bresciani, Mercanti aprì l'Autodromo di Monza, dove il Gran Premio d'Italia è ancor oggi disputato.

La grande passione per i motori aveva indotto i bresciani a costituire un loro Automobile Club già nel 1906, fino al 1926 sezione dell'A.C. Milano.

Sulla base del nuovo ordinamento del Regio Automobile Club d'Italia, attuato con regio decreto del 14 novembre 1926 - che introduceva pure ilPubblico Registro Automobilistico, il PRA, l'Automobile Club di Brescia fu ufficialmente costituito.

Il 18 gennaio 1927 aprì la sede di Corso Magenta, dove ebbe subito inizio l'attività organizzativa della prima Coppa delle MilleMiglia.

Il nome Mille Miglia e il marchio con la Freccia Rossa, da quel giorno, restano inalienabile proprietà dell'Automobile Club Brescia.

Sin dalla fondazione, è stata mantenuta viva una tradizione che identifica l'ACI Brescia tra i sodalizi più sportivi, non solo a livello nazionale.Circuito di BresciaCircuito del GardaBrescia-Edolo-PontedilegnoScalata al Colle S. EusebioTrofeo LumezzaneCronoscalata del Monte Maddalena, sono solo alcune delle competizioni organizzate dal Club bresciano, proseguendo l'opera e la passione del grande Renzo Castagneto.

Per questi motivi, l'Automobile Club di Brescia non potrà mai prescindere dalla sua corsa e produrrà sempre il massimo sforzo possibile per mantenere inalterato questa immensa eredità di ardimento e ingegno che ha scritto indimenticabili pagine di storia.

Tra i ruoli dell'ACI Brescia c'è anche quello di preservare la tradizione motoristica bresciana e quell'immenso patrimonio sportivo, umano e culturale costituito dalle competizioni che sono state disputate sul territorio bresciano dal 1899 ad oggi.

Anche quest'anno, l'A.C. Brescia ha mantenuto in calendario tre corse, Il Rally Internazionale 1000 Miglia, la cronoscalata TrofeoVallecamonica -Malegno-Ossimo-Borno e il Rally Ronde ACI Brescia.

http://www.1000miglia.it

Ravenna Capitale dell'Impero romano

Nel 402 Onorio, figlio di Teodosio I, decise di trasferire a Ravenna la residenza dell'Impero Romano d'Occidente da Mediolanum, troppo esposta agli attacchi barbarici. Ravenna fu scelta come nuova capitale perché godeva di una migliore posizione strategica (più vicina all'Oriente); inoltre, data la sua condizione di città marittima (avvantaggiandosi dell'incontrastato dominio romano sul mare), godeva di una maggiore difendibilità. Con l'insediamento della corte imperiale, da centro di periferia, Ravenna si trasformò in città cosmopolita, fulcro di gravitazione politica, culturale e religiosa. Dopo aver preso a modello il fasto di Costantinopoli, Ravenna, ad essa legata da consolidati vincoli commerciali, assunse l'aspetto di una residenza imperiale bizantina: sorsero grandiose costruzioni civili e religiose che emulavano, nell'architettura e nelle decorazioni, quelle della capitale d'Oriente.

Monumenti fatti erigere da Onorio

Quando Onorio giunse a Ravenna, la città era già stata dotata di alcune importanti chiese. Nel 380 il vescovo Orso aveva cristianizzato una basilica romana, che da lui prese il nome di Basilica Ursiana. L'edificio venne ampiamente ristrutturato nella metà del V secolo per volontà del vescovo Neone, che vi aggiunse, a fianco, il Palazzo Arcivescovile e il battistero (chiamato oggi Battistero Neoniano)[8].
In seguito al trasferimento della corte imperiale, Onorio fece erigere la basilica di San Lorenzo in Cesarea. Localizzata a meridione della città, all'esterno dell'area urbana, si trattava presumibilmente di un santuario legato all'area cimiteriale.

All'attività di Onorio si deve anche la fondazione dell'Apostoleion, ovvero una chiesa dedicata ai Dodici apostoli[9] e della Moneta, ovvero l'edificio destinato alla coniazione delle monete dell'impero.

Alla morte di Onorio, l'erede diretto alla successione al trono era Costanzo III. Morto prematuramente anche quest'ultimo, la vedova Galla Placidia riuscì ad ottenere la reggenza dell'Impero in nome del figlio Valentiniano III, di soli 6 anni. Galla Placidia giunse a Ravenna nel 424 e continuò l'azione di monumentalizzazione della città, che aveva avviato Onorio, per un quarto di secolo, fino al 450.
Mausoleo di Galla Placidia

Monumenti fatti erigere da Galla Placidia

La sovrana commissionò la costruzione della Basilica di San Giovanni Evangelista, con la quale scioglieva un voto fatto durante il viaggio che l'aveva condotta da Costantinopoli a Ravenna via mare. L'edificio è ancora in essere, anche se nella sua parte anteriore ha subito un pesante intervento di restauro, resosi necessario all'indomani dei bombardamenti della Seconda guerra mondiale.
Forse all'imperatrice madre è da attribuire anche la committenza della chiesa di Santa Croce. L'edificio, che oggi è visibile solo parzialmente, era legato al sacello che generalmente viene denominato «mausoleo di Galla Placidia». La sovrana fece costruire il mausoleo per sé, per il marito Costanzo e per il fratello Onorio, ma non vi trovò sepoltura. Morì infatti a Roma il 27 novembre 450 e fu sepolta nella città eterna.

http://tamoravenna.info/

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Nello stesso periodo fu eretta la nuova cinta muraria. La lunghezza complessiva del perimetro raggiunse i 5 km. Si ritiene che le mura fossero alte tra i 4 e i 5 metri. Il fiume Lamone che, proveniente da Faenza, passava a pochi km dalla città, fu deviato. Un ramo fu fatto scorrere lungo le mura per alimentare i fossati, mentre il corso principale venne arginato e fu fatto girare attorno alle mura di settentrione per poi riprendere il suo percorso verso Nord. Era successo infatti che, con gli anni, la Fossa Augusta si era interrata, a causa dell'apporto continuo di materiale dal Po e dai suoi affluenti.
La Porta Aurea rimase in piedi fino al XVI secolo, ultima delle vestigia imperiali a cadere. Le colonne della Porta vennero sparpagliate come trofei nelle chiese di Ravenna, e addirittura spedite a Venezia. Sculture di epoca romana decorano ancora la chiesa di San Giovanni in Fonte.

https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Ravenna#Capitale_dell.27Impero_romano

Basilica di San Vitale a Ravenna

La basilica di San Vitale è uno dei più famosi ed importanti luoghi di culto cattolici di Ravenna, esemplare capolavoro dell'arte paleocristiana e bizantina.

Nell'ottobre del 1960 papa Giovanni XXIII la elevò alla dignità di basilica minore.[2]

La basilica è inserita, dal 1996, nella lista dei siti italiani patrimonio dell'umanità dall'UNESCO, all'interno del sito seriale "Monumenti paleocristiani di Ravenna

Di LPLT - Opera propria, Pubblico dominio, Collegamento

La costruzione fu iniziata dal vescovo Ecclesio intorno al 530, dopo la morte di Teodorico, e completata nel 547 dal successore di Ecclesio, l'arcivescovo Massimiano, quando Ravenna era già stata riconquistata dall'imperatore Giustiniano I.[1] L'edificio, capolavoro dell'architettura ravennate, combina elementi architettonici romani (la cupola intradossata, la forma dei portali, le torri) con elementi bizantini (l'abside poligonale, i capitelli, la costruzione in mattoni, ecc.).

Celeberrimi sono i mosaici collocati entro due pannelli sotto le lunette dell'ordine inferiore in posizione speculare, con il corteo dell'Imperatore Giustiniano e della moglie Teodora in tutto lo sfarzo che richiedeva il loro status politico e religioso. La decorazione in oro dello sfondo del mosaico evidenzia uno spazio irreale, ultraterreno. Le figure sono ritratte frontalmente, secondo una rigida gerarchia di corte, con al centro gli augusti, circondati da dignitari e da guardie. Accanto a Giustiniano è presente il vescovo Massimiano, l'unico segnato da iscrizione, per cui può darsi che fosse anche il sovrintendente dei lavori, dopo essere stato nominato primo arcivescovo di Ravenna. Le figure accentuano una bidimensionalità che caratterizza la pittura tutta di linee e luce dell'età giustinianea, che accelera il percorso verso una stilizzazione astrattizzante che non contraddice lo sforzo verso il realismo che si nota nei volti delle figure, nonostante l'idealizzato ruolo semidivino sottolineato dalle aureole. Non esiste prospettiva spaziale, tanto che i vari personaggi sono su un unico piano, hanno gli orli delle vesti piatti e sembrano pestarsi i piedi l'un l'altro. I personaggi sono così rappresentati nella loro ieraticità. Giustiniano porta sulle mani una patena d'oro; è preceduto da un suddiacono che porta il turibolo, da un diacono che porta l'Evangeliario e dal vescovo Massimiano.

L'imperatore è circondato da tre alti dignitari ed è seguito da un gruppo di soldati di guardia. L'imperatore, diademato e nimbato, rappresenta la regalis potestas; Massimiano, con il pallio e la croce, attributi della sua dignità episcopale, rappresenta la sacrata auctoritas. L'imperatrice Teodora incede portando sulle mani un calice d'oro tempestato di gemme. La Basilissa (imperatrice) è preceduta da due dignitari civili ed è seguita da un gruppo di dame di corte. Alta è la vibrazione del tono cromatico dei mosaici. L'imperatrice è ricoperta da un manto di porpora che nella parte inferiore reca un ricamo d'oro raffigurante i Re Magi che portano doni. Il paragone è ovvio: come i Magi portarono doni a Gesù Bambino, così noi, Giustiniano e Teodora, offriamo i nostri doni a Cristo. Le scene dei due pannelli con Giustiniano e Teodora sono una rappresentazione dell'oblatio Augusti et Augustae, cioè dell'offerta (oblatio) dei vasi liturgici che l'imperatore (Augustus) e l'imperatrice (Augusta) Bizantini facevano spesso alle più importanti chiese presenti nel territorio della loro giurisdizione[6]. Alla sinistra del corteo dell'imperatrice è rappresentata una fontana, simbolo della salvezza cristiana attraverso il battesimo.

La decorazione di San Vitale mostra tutta la sintesi tipica del periodo giustinianeo nella volontà di asseverare il fondamento apostolico della chiesa ravennate, il potere teocratico dell'Impero e la linea dell'ortodossia contro le eresie, specialmente quella nestoriana, attraverso la riaffermazione trinitaria e la prefigurazione della Salvezza nella Scrittura. Non si può non notare come l'apparizione dei tre angeli nella scena di Isacco sia da interpretare teologicamente come prefigurazione delle tre persone della Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo, e le stesse scene di sacrificio (Isacco, Abramo, Melchisedec) sono prefigurazioni del sacrificio di Cristo. Il clipeo con l'Agnus Dei immacolato, al centro della volta del presbiterio, circondato nel cielo dell'Apocalisse da ventisette stelle, innalzato in offerta dai quattro arcangeli (Michele, Gabriele, Raffaele, Uriele) è il punto di partenza per l'interpretazione simbolica dei cicli di mosaici, dato che, per il sacrificio Giustiniano offre il pane, Teodora il vino, Ecclesio la chiesa, Massimiano, la Croce e l'incenso. Le ventisette stelle, numero trinitario (multiplo del 3), sono chiavi teologiche che rimandano alla lotta contro le eresie. Le fonti bibliche per la Pasqua cristiana sono rappresentate per il Vecchio Testamento dai Profeti Isaia (a destra) e Geremia (a sinistra), per il Nuovo Testamento dai quattro evangelisti: Matteo, Marco, Luca, Giovanni.

https://it.wikipedia.org/wiki/Basilica_di_San_Vitale_(Ravenna)

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